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Mi sono svegliato dopo poche ore di sonno, passate dietro la quinta di un teatrino dell’oratorio. Mi sono alzato e i garretti hanno urlato seguiti dalla mia voce. Mi incupisco. Preparo le mie cose con una brutta sensazione. Mi metto le scarpe. Impossibile. Vado a fare colazione mesto e quasi rassegnato. Poi sarà il cornetto, sarà la laurea in ingegneria, ma ho l’illuminazione. Il dolore è causato dal bàttere del retro della scarpa sul mio calcagno, e allora datemi una leva e camminerò in eterno. Infilo un calzino usato sotto i calcagni come spessore e il dolore svanisce. Salutiamo Don Corrado che ci ha dato ospitalità e ripartiamo, per lunghe vie dritte perse nella campagna, asfaltate, bianche, serpeggianti tra i canali. Pausa a Sindacale, poi di nuovo a capofitto con ritmo serrato, attraverso paesaggi sperduti, ponti levatoi e i soliti campanili che non si avvicinano mai. Nel tragitto raccolgo, immancabile, il mio vodoo, oggi un piccolo ramo di ciliegio. Arriviamo a San Giorgio verso le tre e mezza, in tabella di marcia. Incredibile. Birretta, stuzzichino, doccia fredda. Si dormirà per terra, nella stessa stanza dell’anno scorso. Per dormire comodi però, non serve un materasso. Basta addormentare il cervello. Un pub, lo stesso dell’anno scorso. Niente di meglio.

 

Oggi sveglia presto, soprattutto perché dormire per terra non ha dato grandi soddisfazioni. I miei compagni di viaggio russano ancora, mentre io esco dalla parrocchia e vado a bere un caffè nell’unico bar del paese, già affollato di studenti che aspettano l’autobus per andare a scuola. Mi aspettavo di svegliarmi con la pioggia, ma ho capito che le previsioni meteo di questa settimana sono poco attendibili perché anche oggi splende un bellissimo sole.

Partiamo da Giussago diretti a San Giorgio di Livenza, 20 km secondo Luigi, ma io e Furio non crediamo ormai più alle sue indicazioni stradali sempre più imprecise.

Attraversiamo quasi sempre campi e strade sterrate che sembrano non finire mai, e giungiamo a Sindacale attorno a mezzogiorno. Qui ci fermiamo un’oretta per l’ormai tradizionale pranzo del pellegrino, consistentre in panini e birra.

Procediamo poi senza indugi verso San Giorgio di Livenza, e nel cammino fermiamo un pellegrino francese in bicicletta, che ci dice di essere partito 21 giorni fa da Parigi e di essere diretto in Giappone. Ci sentiamo di colpo pellegrini di serie B.

Prima di arrivare alla meta, ricevo purtroppo la brutta notizia che mio zio Augusto è passato a miglior vita.

Era un uomo semplice e buono, che da tre anni soffriva di una malattia che lo ha spento lentamente.

Come mia mamma, sua sorella, ha sofferto anche per andarsene, ma sono certo che adesso è in un posto migliore.

Questo cammino, fatto di momenti di allegria e anche di tanta fatica, avevo pensato di dedicarlo solo a mia mamma e a Eleonora, la ragazza che amo, ma adesso è dedicato anche a lui.

 

Fai una scomessa. Carlino tra trent’anni avrà la fama di Grañón. Pensando a questo ti allontani tra gli sterrati che tagliano le vigne. Hai qualche vescica e una abrasione al fianco destro, ma cammini come se lo zaino pesasse un paio di chili soltanto. Pensi, mentre ti avvicini ai boschi di Muzzana, che l’accoglienza può rovesciare un cammino, trasformarlo in qualcosa di vitale, in cui ciascuno può trovare un senso e una direzione. Un salto oltre a un fossato, un argine e già sei a Piancada, dove trovi un’osteria di quelle che ti fanno sorridere ancora prima di entrare. Passerai un ponte pedonale, arriverai in una Precenicco desolata ma luminescente, imboccherai una strada bianca senza fine, maledirai i tuoi piedi minimi sull’ultimo tratto di asfalto prima di Latisana. Lì sarai accolto come un vero viandante, ringrazierai e supererai il confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Ti verrà voglia di tuffarti nel Tagliamento, lasciare che il tuo zaino vada verso il mare aperto. Ma svolterai a sinistra, lascerai alle spalle San Michele al Tagliamento percorrendo una via retta e polverosa. Verrà ad abbracciarti Claudio, un pellegrino-hospitalero, e poi su, avanti per i campi fino a Giussago. Lì alloggerai sul palco di un teatrino, dopo avere goduto di un pasto offerto da una signora generosa, aver fatto una doccia clandestina, aver fatto passare le ore con i tuoi compagni di viaggio e con Claudio. Ti farà male la schiena di notte, per via di quella tua ernia rognosa, ma sarà un dolore irrilevante. Domani so dove andare, penserai rivoltandoti sul tuo scarso materassino, e ti addormenterai.

 

Dopo una nottata così piacevole, sapevamo sarebbe arrivata una giornata di penitenze. E così è stato. Salutati Gianni e sua moglie, sostituti del parroco ma non per questo meno gentili e accoglienti, abbiamo fatto una colazione veloce e poi via per i campi per diverse ore. I piedi cominciano a dolere, e la mancanza di vesciche è sostituita degnamente da un principio di tendinite: è come camminare con due cuccioli di Rotweiler che si divertono a mordicchiarti i calcagni. Comincio a soffrire e compio il rito. Oggi il mio portafortuna è un semplice fiore giallo, trovato sulla sponda di un fosso. Breve pausa e poi si riparte, ma con una bella prospettiva. Mia zia Lucia ci aspetta a Latisana con costicine d’agnello, verdura fresca, fragole e vino. Splendido. Ma la strada è ancora lunga e non arriveremo prima delle tre, dopo interminabili chilometri in avvicinamento a quello che è stato il luogo della mia infanzia. Riconosco i profumi di campagna, il campanile che troppo lentamente si avvicina e il vecchio serbatoio dell’acquedotto. I miei parenti ci accolgono come re magi senza doni, e per me è una sincera gioia rivederli. Parliamo del matrimonio di mio cugino che è prossimo, e poi di altri parenti, di cibo, di pellegrinaggi, di religione. Si è fatto dannatamente tardi e ancora nove terribili migliaia di metri ci attendono roventi, ventosi, e dolorosi. Ricomincio a soffrire, i miei tendini d’Achille sono tesi come corde sfilacciate di un violino abbandonato in soffitta. Resisto, poi no, poi di nuovo stringo i denti, poi mi fermo ancora e con questa fisarmonica mentale mi trovo a Giussago, tappa finale di oggi, dove riusciamo anche a farci una doccia e staccarci la patina di sabbia aderente come una seconda pelle. Il letto è il pavimento, ma la compagnia è sempre buona, e la stanchezza, spero, attirerà il sonno.

 

Lasciamo Carlino verso le 9.30, dopo aver fatto le foto di rito con Gianni di fronte alla canonica, ben sapendo che rimpiangeremo la comodità del letto su cui abbiamo dormito.

Il tempo è ancora clemente con noi pellegrini, nonostante le previsioni da giorni chiamino pioggia. Siamo diretti a Giussago di Portogruaro, dove Don Corrado, contattato una decina di giorni fa, ci ha promesso ospitalità in parrocchia. Il problema è che da giorni non risponde al telefono, ma fortunatamente riusciamo nell’impresa di trovare il suo numero di cellulare grazie ad una zia di Furio di Latisana, molto ben inserita negli ambienti ecclesiastici e oltretutto ottima cuoca. Ci ospita, infatti, nella sua bella terrazza di casa, dove arriviamo stanchi, moderatamente puzzolenti ma soprattutto affamatissimi verso le 15.30. Il menù ci era già stato annunciato qualche ora prima : capretto al forno e, come dessert, fragole al limone. Comprensibile dunque l’aumento della velocità della camminata, soprattutto nella famigerata via della Commenda, una strada bianca di campagna che non sembra finire mai e che mette a dura prova il pellegrino non soltanto dal punto di vista fisico. A Giussago ci accoglie Don Corrado, un parroco molto gentile e disponibile, che ci sistema nell’oratorio e ci fa portare anche un pasto caldo e una bottiglia di Freschello (della DOC Giussago) da una signora del posto. Dopo una doccia rigenerante nello spogliatoio della locale squadra di calcio, torniamo in parrocchia e veniamo raggiunti dall’amico Claudio, un pellegrino- hospitalero di Cordovado, che ci porta in dono un buon Merlot. La serata finisce nel pub del paese, con qualche pizza a spicchi e svariate birrette. Io crollo dal sonno e mi sistemo comodamente per terra con il mio sacco a pelo, mentre Furio e Luigi chiudono la serata con un bicchiere di grappa.

 

Sono le 9 e puntuale Stefano aspetta te e Furio di fronte alla Basilica di Aquileia. Fate colazione, incrociate sguardi, prendete la ciclabile che, gradevolmente, vi porta a Cervignano in un’ora e mezza. Poi sosta, ponte, incrocio di statali, signora che parla in friulano stretto, binari morti, Torviscosa, sosta lunga di crudo e montasio e bionda alla spina, campi, molti campi, pioppi, asfalto, vesciche rumorose, e arrivo a Carlino, il meglio che possa aspettarsi un pellegrino. L’accoglienza di Gianni, il suo sorriso, la casa in cui potete riposare, gli gnocchi a cena, il vino rosso, la grappa caduta dal cielo, il letto inaspettato, il balcone su cui tutto si agita. Carlino è una manna, un paradiso laico senza precedenti. Qui sicuramente i pellegrini in futuro si fermeranno, metteranno radici, faranno crescere frutti consistenti.

 

Stefano, il pellegrino aggiunto, ci saluta dal cortile della basilica col suo cordiale accento veneto. Ci lanciamo di buona lena sulla ciclabile, parzialmente ancora da completare, in direzione Cervignano. Dopo poche centinaia di passi vedo a bordo strada una piccola piantina, alta pochi centimetri e dalla forma di conifera. La battezzo e la raccolgo, il mio piccolo vodoo vegetale quotidiano, mi dà sicurezza. Dopo qualche ora di buone pedate arriviamo pimpanti alla prima sosta, in piazza a Cervignano. Bicchierone d’acqua e caffè, e poi di nuovo in piedi, verso Carlino. Le sensazioni sono ancora buone, il tempo e bello, l’umore uno specchio dei luoghi, che ci scorrono sotto gli zaini lenti tra sottopassi autostradali, sentieri di campagna e tratti coincidenti con la ferrovia Trieste Venezia, evidentemente sbagliati. Tra una chiacchiera e l’altra, Stefano ci parla del suo lavoro come direttore di un campeggio a Jesolo, penultima tappa del viaggio, dove ci promette ospitalità, gran gozzoviglie e relax. A me e a Gigi torna in mente le temibile disfida di Cortellazzo, dove, un anno fa, schiantati dalla fatica del cammino da San Tomaso di Majano, ci eravamo lanciati in una folle competizione a chi arrivava prima, tra dolori lancinanti agli arti inferiori e risate fragorose interrotte dalla mancanza di respiro.

Ci fermiamo a mangiare un panino in centro a Torviscosa, dove ad un certo punto appare come dal nulla Sonia, una mia amica che passava di là per la pausa pranzo. Due sorrisi, tre caffè, qualche indicazione e poi di nuovo in marcia, in aperta campagna, profumi di fiori, sudore, e mangimi vegetali per animali. Il paesaggio è piacevole, e ci accompagna fino a pochi chilometri dalla meta, dove affrontiamo un lungo tratto asfaltato, che ci riserverà infine una bella sorpresa. Ottima accoglienza, casa del parroco, letti, cucina, bagno. Una pacchia. Ci concediamo una lauta cena a base di “claps” ripieni di formaggio conditi con ragù di cinghiale. Poi a “casa”, una mezz’ora con i piedi a godersi un fantastico pediluvio in terrazzo, ancora qualche bicchiere di vino, poi sonno, tanto sonno.

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