Mi sono svegliato dopo poche ore di sonno, passate dietro la quinta di un teatrino dell’oratorio. Mi sono alzato e i garretti hanno urlato seguiti dalla mia voce. Mi incupisco. Preparo le mie cose con una brutta sensazione. Mi metto le scarpe. Impossibile. Vado a fare colazione mesto e quasi rassegnato. Poi sarà il cornetto, sarà la laurea in ingegneria, ma ho l’illuminazione. Il dolore è causato dal bàttere del retro della scarpa sul mio calcagno, e allora datemi una leva e camminerò in eterno. Infilo un calzino usato sotto i calcagni come spessore e il dolore svanisce. Salutiamo Don Corrado che ci ha dato ospitalità e ripartiamo, per lunghe vie dritte perse nella campagna, asfaltate, bianche, serpeggianti tra i canali. Pausa a Sindacale, poi di nuovo a capofitto con ritmo serrato, attraverso paesaggi sperduti, ponti levatoi e i soliti campanili che non si avvicinano mai. Nel tragitto raccolgo, immancabile, il mio vodoo, oggi un piccolo ramo di ciliegio. Arriviamo a San Giorgio verso le tre e mezza, in tabella di marcia. Incredibile. Birretta, stuzzichino, doccia fredda. Si dormirà per terra, nella stessa stanza dell’anno scorso. Per dormire comodi però, non serve un materasso. Basta addormentare il cervello. Un pub, lo stesso dell’anno scorso. Niente di meglio.